

Il numero di persone esposte a ondate di calore è in costante crescita e interessa ormai tutte le aree del mondo: secondo le stime disponibili, con un aumento della temperatura globale di 1,5 °C circa il 14% della popolazione mondiale è esposto a eventi di caldo estremo, percentuale che potrebbe salire al 37% in uno scenario di riscaldamento di 2 °C.
Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha combinato proiezioni basate su modelli di machine learning relative a cinque storiche ondate di calore europee con le anomalie di temperatura globale attese per stimare i possibili effetti sulla mortalità. Secondo lo studio, se le condizioni meteorologiche dell’agosto 2003 si ripresentassero in presenza dell’attuale anomalia termica globale di +1,5 °C, si potrebbero registrare circa 17.800 decessi in eccesso in Europa nell’arco di una sola settimana; tale numero potrebbe salire a circa 32.000 decessi in uno scenario di riscaldamento globale di +3 °C. Gli autori evidenziano inoltre che gli attuali livelli di adattamento climatico osservati in Europa potrebbero non essere sufficienti a contenere completamente questi effetti.
Le più recenti analisi del Lancet Countdown 2025 indicano inoltre che, nel periodo 2020-2024, l’84% dei giorni caratterizzati da ondate di calore non si sarebbe verificato in assenza dei cambiamenti climatici. Parallelamente, la mortalità associata al caldo è aumentata del 23% rispetto al 1990, con una media annua stimata di circa 546.000 decessi nel decennio 2012–2021.
Un’ulteriore filone di ricerca interessante riguarda le previsioni a lungo termine. Recenti evidenze suggeriscono che l’esposizione ripetuta a temperature estreme possa avere effetti a lungo termine sul processo di invecchiamento biologico. Sembrerebbe che il caldo intenso possa accelerare l’invecchiamento in misura comparabile a quella associata al fumo o a una dieta non equilibrata, contribuendo ad aumentare fragilità e rischio di malattie croniche, soprattutto nelle persone anziane.
Gli impatti del caldo sulla salute sono tuttavia prevedibili e per ora in larga misura prevenibili attraverso politiche e interventi di sanità pubblica mirati. In Italia il Ministero della Salute promuove specifiche attività di prevenzione e sorveglianza delle ondate di calore.
La relazione tra temperatura e mortalità assume tipicamente una forma a U: per temperature estreme, sia fredde che calde, si osserva un incremento del rischio di mortalità, ospedalizzazione e accessi al pronto soccorso. Questo vale tanto per la mortalità generale quanto per patologie specifiche come quelle cardiovascolari, respiratorie, il diabete, le malattie renali e la salute mentale. È importante sottolineare che il rischio non dipende da un valore assoluto di temperatura, ma dalla relazione con il clima locale e le caratteristiche individuali e di contesto.
Gli anziani rappresentano il gruppo storicamente più vulnerabile: la termoregolazione peggiora con l'età e non aiuta la presenza frequente di multicronicità – ipertensione, patologie cardiovascolari, diabete. I lavoratori esposti al caldo, anche giovani e in buona salute, sono soggetti a stress termico elevato a causa dell'intensità fisica delle loro mansioni. Anche i bambini molto piccoli sono particolarmente a rischio: la loro termoregolazione è ancora in via di sviluppo e non sono autonomi nel riconoscere e rispondere allo stress da calore. Analogamente, le donne in gravidanza sono oggetto di attenzione crescente. Una categoria emergente riguarda le persone con disturbi della salute mentale, che presentano un duplice profilo di rischio: da un lato, alcuni farmaci interferiscono con la termoregolazione; dall'altro, queste popolazioni mostrano una minore percezione del caldo e capacità di risposta autonoma alle ondate di calore.
I fattori socioeconomici agiscono sulla vulnerabilità attraverso due meccanismi distinti che si sommano: una maggiore esposizione al caldo e minori risorse e capacità adattativa. Le evidenze in letteratura mostrano un gradiente socioeconomico abbastanza chiaro nelle aree urbane, dove si concentrano anche le zone più disagiate e con maggiore intensità del fenomeno dell'isola di calore urbana. Il livello di rischio reale è quindi sempre il risultato dell’interazione tra esposizione e capacità di risposta.
Per l'Italia, le estati più calde degli ultimi vent'anni sono quelle del 2003, 2022 e 2024 e secondo stime ben accettate dalla comunità scientifica hanno ciascuna prodotto migliaia di morti in eccesso, concentrate soprattutto nella fascia di età over 75 e nelle grandi città. Per esempio, nell’estate del 2022 l'Italia figura tra i tre Paesi europei con il maggior numero assoluto di morti attribuibili al calore, con stime intorno alle 18.000 unità solo in quella stagione.
La cooling poverty canonica si rifà al concetto di “povertà energetica” tradizionale, nato quando il problema era tenere la casa calda durante gli inverni freddi. Per esempio, abbiamo stimato una spesa media aggiuntiva di 120€ a estate a famiglia per l’aria condizionata rispetto a chi non ce l’ha (la cui diffusione in Italia, per altro, è molto cresciuta negli ultimi 10 anni). La povertà da raffrescamento “sistemica” compie un passo ulteriore, riconoscendo anche il ruolo di fattori istituzionali, della pianificazione del territorio, della governance nel settore lavorativo, della salute pubblica, e via dicendo. Emerge quindi inevitabilmente una dimensione molto più politica.
Il quadro complessivo che emerge è pertanto quello di un rischio climatico che amplifica le disuguaglianze esistenti. Investire nell'adattamento, nella pianificazione urbana e nel rafforzamento dei sistemi di allerta e delle reti di sostegno locale, nella formazione del personale sanitario e nella protezione delle fasce più vulnerabili è una questione primaria per la salute pubblica.
Paola Michelozzi, epidemiologa ambientale, dirige l’Unità Operativa Epidemiologia Ambientale del Dipartimento di Epidemiologia del sistema sanitario regionale del Lazio